CATERINA CORNÈR REGINA DI CIPRO E SIGNORA DI ASOLO1

Medaglione conservato al museo Correr di Venezia

Era il 25 novembre del 1454, quando nel bel palazzo gotico che i Corner avevano a San Cassiano, in riva al Canal Grande, nacque Caterina. Probabilmente gli venne dato il nome in onore della santa che il calendario citava per quel giorno: Santa Caterina d'Alessandria, anche se a onor del vero questo nome era già apparso in famiglia, con la nonna paterna e la trisavola Caterina di Dalmazia, consorte di Marco Corner, doge dal 1365 al 1368.

La madre si chiamava Fiorenza Crispo ed era di origini greche, poiché figlia di Nicolò, duca dell'Arcipelago, e di Valenza, figlia dell'imperatore di Trebisonda Giovanni IV Comneno. I coniugi Corner si erano sposati nel 1444 e avevano già tre figlie: la più grande si chiamava Violante, ed aveva quasi cinque anni, poi venivano Cornelia e Regina. Dopo Caterina, nel grande palazzo di San Cassiano, videro la luce Giorgio, Bianca, Zilia e Agnese.

Giorgio, l'unico maschio che, in un certo senso, divise glorie e notorietà con la Regina di Cipro, era nato nel 1455 e sposò a soli vent'anni Elisabetta Morosini, discendente di un'altra importantissima famiglia veneziana. Giorgio ebbe otto figli, dei quali Francesco e Marco misero il cappello cardinalizio, mentre il figlio naturale Andrea diventò arcivescovo di Spalato.

Tra il 1456 e il 1457 un grave episodio afflisse la famiglia dei Corner di San Cassiano. Andrea, zio di Caterina, veniva sottoposto al giudizio del Consiglio dei Dieci e condannato all'esilio nell'isola di Creta; successivamente verrà relegato a Cipro. Il fatto turbò non poco la pacifica e onorata vita della famiglia. Questo Andrea era nato nel 1419, più giovane di tredici anni del padre di Caterina. Era ambizioso e di spirito avventuroso; aveva una singolarità ed una eccentricità che poco collimavano con la tenuta morale della famiglia.

Il motivo per cui venne esiliato non è certo. Secondo alcuni il trasferimento da Creta a Cipro era dovuto ad altre colpe nel frattempo emerse, ma ciò invece sembra più che altro una diminuzione della condanna, poiché a Cipro i Corner erano praticamente di casa. Qui infatti avevano attività agricole, commerciali e di trasformazione dei prodotti, come la canna da zucchero, specie nel grande feudo di Piscopi.

Ma il temibile Consiglio dei Dieci non si era limitato ad inviare al confine lo zio Andrea. Anche Marco Corner, accusato di copertura e forse di connivenza con il broglio elettorale, fu condannato per due anni al bando da tutti i domini della Repubblica. Poteva però trasferirsi a Cipro e vivere assieme al fratello, causa della sua disgrazia.

Andrea e Marco si mossero abilmente nello scacchiere cipriota; dapprima accostandosi alla pretendente Carlotta, poi, capito come si stavano mettendo le cose, abbracciando decisamente la causa di Giacomo "il Bastardo". Per Marco il soggiorno a Cipro, per sua volontà, andò oltre i due anni stabiliti. Quando infine si decise a ritornare a Venezia e riabbracciare moglie e figli, lasciò un capitale moltiplicato e il fratello Andrea nei rispettabili panni di Auditore del Regno.

Nel 1464 Caterina aveva dieci anni quando, seguendo la consuetudine per le giovani nobili, venne mandata in un monastero per la sua educazione e istruzione. Intanto a Cipro saliva al trono Giacomo, detto "il Bastardo", mentre il padre Marco e lo zio Andrea erano ancora confinati nell'isola a causa del bando che li aveva colpiti. Giacomo intendeva consolidare e ufficializzare la propria posizione, e a tale scopo cercò l'aiuto presso le varie potenze italiane, compreso il Papato, offrendo se stesso e il suo regno come baluardo contro l'espansionismo turco.

Ma tra le varie potenze che si affacciavano sul Mediterraneo, era sicuramente a Venezia che il nuovo signore di Cipro guardava, non certo per un grande amore verso la Serenissima, ma semplicemente per il fatto che essa possedeva l'unica potente flotta in grado di fermare i turchi. Con queste intenzioni Giacomo inviava a Venezia, come suo ambasciatore, l'arcivescovo di Cipro Guglielmo Gonem, latore anche di una più personale richiesta: prospettare alle maggiori magistrature veneziane la possibilità di un matrimonio tra il re di Cipro e una fanciulla veneziana, di adeguato rango sociale. Tale fatto avrebbe inevitabilmente resa più salda l'alleanza fra i due stati, e più sicuro il suo trono. Ma stranamente il Doge e la Signoria non dimostrarono subito un grande entusiasmo, si dimostrarono prudenti.

Secondo alcuni storici, già alla morte di Giovanni II di Lusignano Venezia aveva pensato di prendere possesso di Cipro. L'isola non era importantissima per suo commercio, per il quale erano invece indispensabili i porti egiziani, da dove arrivavano le spezie dall'India. Lo scopo sarebbe stato quello di creare un valido baluardo contro l'espansionismo turco.

I tempi erano ormai maturi per la storica decisione. Il Governo della Repubblica, valutate le proprie necessità in Levante, accostandole alla momentanea debolezza del re Lusignano, avrebbe deciso di arrivare a questo matrimonio, suggerendolo, per discrete vie, ai protagonisti.

Nel 1468, prima che compisse i quattordici anni, Caterina venne ritirata dal monastero di San Benedetto di Padova. Non si sa se fosse ignara di quello che l'attendeva, oppure ne fosse indirettamente al corrente. Infatti ormai da qualche mese le notizie erano trapelate, nonostante la tradizionale riservatezza che caratterizzava l'operato delle più alte magistrature veneziane. Già nel 1467 Giacomo aveva mandato alla Signoria veneziana la richiesta di sposare la figlia del kavalier Marco Corner.

Gli ambasciatori del re vennero splendidamente accolti con tutti gli onori e in modo altrettanto signorile alloggiati. Quando si trattava di ostentazione, di pompa e prodigalità, Venezia a quei tempi era insuperabile. Anche nel caso in cui Caterina fosse stata informata, non era però previsto il suo consenso: questo matrimonio era un affare di stato, gli interessi familiari e dinastici erano superiori a qualsiasi obiezione.

Caterina Cornaro, Le nozze a Venezia, Francesco Antonibon

Le nozze per procura fra Caterina Corner e Giacomo II di Lusignano avvennero, secondo alcuni storici, il 10 luglio 1468, mentre per altri il 30 dello stesso mese. A rappresentare il giovane sovrano venne incaricato l'oratore Filippo Mistahel, che già si trovava in laguna per risolvere alcune controversie di carattere mercantile. L'avvenimento coinvolse i vertici della Serenissima, a cominciare dal doge Cristoforo Moro che, malgrado il suo brutto carattere e il poco avvenente aspetto fisico, dimostrò nell'occasione un notevole senso dello spettacolo, e nei riguardi di Caterina perfino una tenerezza paterna.

Così, non ancora quattordicenne, Caterina andava a sposare un re, che seppur anche lui giovane era a suo confronto un uomo maturo. Dai suoi biografi nulla sappiamo se la figlia di Marco Corner potesse avere già provato sentimenti d'amore, o di giovanile infatuazione, per qualche coetaneo. Non una lettera, non un'indiscrezione e neppure un pettegolezzo esistono a questo riguardo.

In un simile matrimonio, che più che un atto fra due persone era un vero e proprio affare di stato, anche la questione della dote diventava di rilevanza pubblica. Ai due normali contraenti, lo sposo e la famiglia della sposa, si aggiunse infatti anche la Signoria. Il valore della sue dote era all'altezza della situazione, i cronisti dell'epoca sono concordi nell'indicare la somma di centomila ducati, oppure di "mille libbre d'oro in contanti".

Occorre ricordare che i Lusignano erano annosi debitori nei riguardi della famiglia Corner, a cominciare dal famoso prestito di sessantamila ducati che Federico Corner aveva concesso a Pietro I giusto un secolo prima, nel frattempo notevolmente aumentati con il decorrere degli interessi. Come garanzia per quei debiti i Corner ebbero la disponibilità di terre e feudi, e anche adesso Giacomo II di Lusignano per compensare i Corner assegnò loro quattro feudi nella zona di Morfo.

Abbiamo così una dinastia reale che per inveterata abitudine, e per una cronica mancanza di fondi, tendeva a non pagare mai i propri debiti. Mentre dall'altra parte troviamo una famiglia di mercanti, che disponeva di enormi quantità di denaro e lo prestava ben sapendo dell'insolvenza del debitore, contando di venire compensata attraverso la cessione di terre, saline, villaggi, posti commerciali e mercati dai quali poteva trarre guadagni ancor più cospicui.

In una situazione del genere, con il suo regno mezzo ipotecato e indebitato fino al collo, Giacomo II sarebbe dovuto andare di corsa a Venezia, dalla sua nuova sposa e dai suoi suoceri, invece preferì inviare un suo rappresentante. La cosa appare indubbiamente strana, anche perché dopo le nozze se ne stette in silenzio ad aspettare

Probabilmente considerava il matrimonio per procura con Caterina Cornaro un impegno non eccessivamente vincolante, da tenere in piedi o meno, a seconda di quale piega avessero preso gli avvenimenti.

L'attesa di Caterina, regina senza corona e con un matrimonio ancora da consumare, durò ben quattro anni. Con sua nuova condizione sociale non poteva certo ritornare come educanda nel monastero di Padova. Era ormai una regina e come tale doveva essere considerata. Volente o nolente doveva curare una sua "vita pubblica", apparire nelle feste, partecipare alle ricorrenze civili e religiose, così importanti nella società veneziana dell'epoca. Eccola dunque al fianco del doge e del patriarca nel corso delle festività comandate, oppure nei saloni del Palazzo Ducale, quando venivano ricevuti gli ambasciatori e i dignitari stranieri. Era, insomma, entrata nel giro dell'ufficialità e in quanto tale doveva partecipare alla vita pubblica della città, alle coreografie volute dagli usi e dal governo. Forse non saranno sicuramente mancati i pettegolezzi su questo suo stato di temporanea "vedova bianca", viste le invidie che la potenza e ricchezza della famiglia Corner sicuramente provocavano in città.

Dal 1468 in poi la questione di Caterina Corner, sposata e trascurata, aprì un capitolo speciale nella politica estera veneziana. Ad un certo punto il Senato inviò un fermo ammonimento a Giacomo II, inteso a ricordargli i suoi precisi e specifici doveri, facendogli capire che la Repubblica non avrebbe mai tollerato un'offesa alla propria dignità, un ripudio degli atti da lui solennemente accettati e sottoscritti.

Nell'estate del 1472 venne finalmente inviata a Venezia una delegazione di tre ambasciatori, per prendere solennemente in consegna la sposa. Le ultime resistenze del Lusignano erano finalmente crollate. Il 19 di settembre il doge Nicolò Tron, succeduto a Cristoforo Moro, convocò il capitano generale da mar Andrea Bragadin, comunicandogli le buone notizie giunte da Cipro e il suo prossimo incarico di scortare la futura regina fino all'isola.

Nella rada di San Niccolò del Lido, all'imbocco fra la laguna e il mare, sostavano quattro galee veneziane riccamente e festosamente addobbate, vicino alle tre galee cipriote che avevano portato a Venezia gli ambasciatori. Ma anche in questa occasione così festosa gli interessi politici e militari non andavano dimenticati. Infatti le galee veneziane erano anche un aiuto concreto, utile per proteggere Cipro ma anche per potenziare la flotta veneziana, nella prevista prossima campagna militare per bloccare e sconfiggere la flotta turca, che ormai prepotentemente si affacciava oltre i Dardanelli. Sembra anche che nelle stive, accanto ai bauli che contenevano la dote di Caterina, ci fossero, per lo stesso motivo, anche moltissime armi e munizioni.

La cerimonia del viaggio a Cipro rimase negli annali delle solennità pubbliche veneziane come una delle pagine memorabili. Il Senato veneziano nell'occasione aprì generosamente i cordoni della borsa. Il 27 settembre 1472, a salutare Caterina che partiva, era andato il fior fiore del governo della città, che aveva preso posto sul Bucintoro, mentre altre innumerevoli imbarcazioni riccamente addobbate le facevano da contorno. I genitori di Caterina si trovavano già al Lido. Lei prese posto sulla galea del comandante Girolamo Diedo, dove si svolsero gli ultimi rituali e commiati. Poi le sette galee spiegarono le vele, e lentamente presero l'imboccatura del porto del Lido, che dalla laguna porta verso il mare.

Nonostante settembre sia considerato un mese tranquillo per la navigazione, il viaggio fu invece alquanto burrascoso e una galea corse addirittura il rischio di affondare; Caterina, inoltre, soffriva per il mal di mare. In ogni caso l'approdo a Famagosta la rinfrancò: Giacomo aveva predisposto grandi festeggiamenti per accogliere la sua giovane sposa. Un'enorme quantità di gente festosa si era accalcata nel porto. Accanto al re Giacomo II figuravano in prima fila l'arcivescovo di Nicosia e i catalani di corte, i titolari delle più alte cariche e i comandanti delle fortezze.

Poco dopo il suo arrivo ebbe luogo la celebrazione ufficiale del matrimonio, nel quale Caterina venne incoronata regina di Cipro, di Gerusalemme e d'Armenia. Qui, tuttavia, gli storici sono discordi: c'è chi sostiene che la cerimonia si svolse nella cattedrale gotica di Famagosta, quella che il re preferiva, altri invece propendono invece per il più grande tempio della capitale Nicosia.

Caterina Cornèr, 1494, A. Durer

Caterina conosceva Cipro dai racconti un po’ fantastici della madre, oppure da quelli dei suoi parenti, ora finalmente poteva verificarli di persona. Come sia andato il primo incontro fra Giacomo, un po' selvatico e navigato, e la ingenua diciottenne Caterina non ci è dato di sapere. Ella infatti su questo argomento, ed in genere sulla sua vita privata, sia a Cipro e poi ad Asolo, non scrisse mai niente, e mai altri scrissero su eventuali sue confidenze private.

Nulla essendo trapelato, si può pensare che, tutto sommato, i due sposi abbiano trovato ben presto un'intesa affettiva, forse anche un amore, che probabilmente durò fino alla prematura morte di Giacomo. Certo è che quando Caterina arrivò al palazzo reale si trovò di fronte ad una realtà che sicuramente non poteva non metterla a disagio: a corte vivevano i tre figli illegittimi di Giacomo: due maschi, Eugenio e Giovanni, e una bambina di nome Ciarla, erano tutti ormai già grandicelli. Caterina avrebbe potuto essere la loro sorella maggiore, e forse in questo modo si sarà comportata con loro, cercando semmai di accattivarsi la loro simpatia, cercando di rendere meno difficile la situazione.

Certo che la beneducata figlia di Marco Corner, e anche figlia adottiva della Serenissima, doveva avere un alto senso del dovere, ed un grande spirito di adattamento per vivere nel grande palazzo che i Lusignano avevano a Nicosia. Era un ambiente piuttosto grezzo, pieno d'intriganti e di avventurieri, con i loro seguiti di spie e servitori. Per sua fortuna, a compensare un po’ tutta questa "corte dei miracoli", c'era lo zio Andrea, che lei avrà visto come l'angelo custode, poi i cugini Bembo e Contarini e quei diplomatici veneziani che si erano insediati nell'isola.

Giacomo, anche dopo l'arrivo di Caterina, non aveva abbandonato la sua passione per la caccia, che lo teneva lontano anche per giorni, e forse nemmeno il suo spirito libertino. Compagni di questi divertimenti erano soprattutto quei catalani, napoletani, pugliesi e siciliani che costituivano il partito contrario alla nuova regina. Una situazione, quindi, paradossale. Infatti Giacomo darà il suo assenso per il matrimonio di sua figlia Ciarla, ancora bambina, con un altro giovinetto di nome Alfonso d'Aragona, figlio bastardo del re di Napoli.

Ma questo progetto era però destinato al fallimento. Infatti il duca di Milano Galeazzo Sforza, che ancora appoggiava le rivendicazioni della deposta Carlotta, fece direttamente pressioni e minacce al re di Napoli, mentre da parte sua la Serenissima mise in azione la sua consumata diplomazia per mandare a monte il tutto. Questo atteggiamento di ostilità verso Venezia da parte di Giacomo, che cercava in ogni modo di sottrarsi alla sua tutela, non potevano che colpire e umiliare la giovane Caterina, che si sentiva figlia della Repubblica.

Ma come per incanto tutte queste amarezze vennero spazzate via da un nuovo e atteso evento: nel 1473 la regina avvertì i segni della futura maternità. L'annuncio venne dato subito alla corte a poi a tutto il popolo, che accolse con gioia la notizia. Caterina infatti era riuscita ben presto ad accattivarsi le simpatie dei suoi sudditi.

Ma questa situazione di gioia durò poco tempo. Nel luglio del 1473, un cavaliere portava a corte la notizia che il re stava molto male. Mentre cacciava avrebbe preso freddo, ed ora si trovava in pericolo di vita. Subito Andrea Corner e suo nipote Marco Bembo andarono a prendere Caterina per portarla a Famagosta, al capezzale del marito agonizzante.

Re Giacomo II morì nella notte tra il 6 e il 7 di luglio 1473, e subito la notizia corse per l'Europa. La morte sembrò alquanto strana, il re era giovane e forte, abituato alla caccia, e la causa dell'improvvisa freddatura non convinse sufficientemente. Qualcuno avanzò l'ipotesi che fosse stato avvelenato, e vide in ciò la longa manus della Serenissima, che voleva così affrettare la sua presa di possesso dell'isola. Sicuramente per Venezia questo fatto era favorevole alla sua politica. Ma restando nel campo delle supposizioni, il fatto sarebbe stato conveniente anche per il duca di Milano e la sua protetta Carlotta. Lo stesso poteva essere per la congrega dei catalani, che gli erano tra l'altro sempre vicini, che mal avevano digerito il suo voltafaccia nei confronti del re di Napoli.

Prima di esalare l'ultimo respiro, Giacomo aveva avuto tempo di far testamento, alla presenza dei dignitari e dei notai di corte, e sotto lo sguardo vigile delle parti interessate. Per prima cosa stabilì che il regno andasse a Caterina, la quale avrebbe dovuto passarlo al nascituro. Nel caso invece fosse nata una bambina, oppure Caterina fosse morta, sarebbero stati i figli bastardi a godere dei diritti di successione. Aveva anche costituito un Consiglio di reggenza, che durante la gravidanza doveva coadiuvare la regina nelle sue funzioni. In questo consesso entrarono i rappresentati delle varie tendenze esistenti a corte. Intanto c'era lo zio Andrea, poi in conte di Rocas, il conte di Zaffo, il ciambellano (e avventuriero) Rizzo di Marino e poi il connestabile Pietro Davila.

Caterina Cornaro in abiti vedovili

Non sappiamo se queste scelte siano state dettate dalla volontà di trovare un accordo fra le diverse e conflittuali fazioni di corte, oppure se per affetto verso Caterina, rimasta sola sul trono e dunque bisognosa di tutela. Negli ultimi tempi, dopo aver saputo che era incinta, Giacomo era molto cambiato, si era dimostrato più affettuoso, aveva ridotto i suoi viaggi e le sue sregolatezze. In tal modo anche l'ambiente di corte era un po’ migliorato.

Per il momento Caterina si era stabilita nel palazzo dei Lusignano a Famagosta, era all'ottavo mese, e qui aspettava per far nascere il figlio. Tutti i dignitari prestarono giuramento di fedeltà alla regina, ma ben presto le invidie e i dissapori ritornarono prepotentemente a galla. La corte mal sopportava di dover praticamente obbedire ad Andrea Corner, che nella nuova situazione era diventato l'uomo forte, e dal quale dipendevano ormai tutte le decisioni.

Famagosta era anche continuamente visitata da galee veneziane, e proprio in quei giorni era arrivato il capitano generale da mar Pietro Mocenigo (futuro doge) al comando della potente flotta veneziana da guerra, che contribuì non poco a far sì che la situazione restasse tranquilla, dando a Caterina con la sua presenza la sicurezza necessaria.

Il figlio di Caterina nacque il 28 agosto 1473, alle quattro di notte, la notizia venne accolta ovunque con gioia. Le sventure che avevano afflitto la giovane regina avevano fatto sì che fosse ancora più amata dal popolo. Un mese dopo, il 26 di settembre, il neonato venne battezzato nella cattedrale gotica di Famagosta. Gli venne imposto il nome di Giacomo, con l'augurio che diventasse il futuro re Giacomo III. La cerimonia religiosa si trasformò in festa pubblica, tra luminarie, canti, scintillii di paramenti, addobbi, acclamazioni di popolo e cori di soldati.

La situazione di Caterina era quella di essere sempre di più stretta tra le due fazioni: quella veneziana, che stava prendendo sempre più piede, e quella dei notabili di corte; mentre dalla vicina isola di Rodi, ospite dei Cavalieri, si trovava l'instancabile Carlotta, che come un avvoltoio aspettava la morte della sua nemica.

Intanto il Senato veneziano disponeva per un sempre maggiore rafforzamento della presenza veneziana sull'isola, ma questo si scontrava con un fatto molto umano: il capitano Pietro Mocenigo era stanco di navigare e di battagliare, voleva tornarsene a casa. Inviò allora al Senato un'informativa nella quale descriveva per Cipro una situazione tranquilla, stando così le cose gli venne allora accordato il rientro. Ma la vera situazione era diversa, e il 10 di novembre due galere napoletane riuscirono a forzare le difese di Limassol e a sbarcare due inviati del re di Napoli e l'arcivescovo di Nicosia. Non appena la flotta veneziana scomparve all'orizzonte, essi chiesero ed ottennero di essere ricevuti urgentemente dalla regina. Finsero di chiedere il consenso reale alle nozze fra Ciarla di Lusignano e Alfonso d'Aragona, ma di fronte al previsto diniego ebbero l'alibi di scatenare la rivolta, forse già preparata da tempo.

La rivolta avvenne nella notte fra il 13 e il 14 novembre del 1473. Bande di congiurati giravano per le strade di Famagosta urlando contro i veneziani. I rivoltosi, capeggiati dall'arcivescovo Fabricies e da Rizzo di Marino, sfondarono le porte del palazzo reale e penetrarono nelle stanze della regina, dove davanti ai suoi occhi fecero a pezzi il povero Paolo Zappa di Nicosia e il medico di corte. Frattanto lo zio Andrea, assieme al nipote Marco Bembo, si erano precipitati a palazzo per difendere Caterina. Trovarono le porte sbarrate, cercarono allora di entrarvi scavalcando la barriera a palizzata e il fossato. Scoperti da una turba di congiurati, per un po’ riuscirono a nascondersi fra la doppia muraglia della rocca, poi furono scoperti e trucidati, spogliati dalle ricche vesti e gettati nel fossato.

Il massacro di pochi veneziani, e le prepotenze consumate a danno della regina, non innescarono quella sollevazione di popolo in chiave antiveneziana nella quale i capi della rivolta avevano sperato. Non potendo far altro, iniziarono a mettere le mani sul tesoro reale, e per ricattare la regina gli sottrassero il figlioletto dalla culla, affidandolo alla vecchia Marietta di Patrasso. Solo con questo ricatto riuscirono a farle firmare alcune missive dirette al Senato veneziano, nelle quali si accusava di tutto quanto era successo lo zio Andrea e il cugino Marco, colpevoli di gravi ritardi nella distribuzione del soldo alle truppe, che quindi per tale motivo si sarebbero sollevate. Evidentemente resisi conto del loro isolamento, falsamente giurarono fedeltà alla oltraggiata regina, che da par suo dimostrava una eccezionale forza di carattere e dignità.

Tutte queste manovre non potevano che essere dei diversivi per ritardare la vendetta veneziana. Purtroppo in tutta la vicenda della rivolta i comandanti delle truppe veneziane non si dimostrarono all'altezza della situazione. I soldati rimasero consegnati nelle caserme e nelle fortezze. Invece di reagire si preferì in qualche modo accondiscendere ai rivoltosi.

Ben presto nella congrega dei congiurati si crearono due fazioni: quella dei "falchi", capeggiati da Rizzo di Marino, e quella delle "colombe", che forse più saggiamente temevano la reazione della Serenissima. Questi ultimi si affidarono a Filippo Podocataro, un uomo saggio e moderato, e lo convinsero ad andare a Venezia, per cercare un compromesso, e raccontando che tutto era stato un grande equivoco, che Andrea Corner e Marco Bembo erano stati uccisi da soldati ubriachi, proponendo alla fine una specie di matrimonio riappacificatore fra una delle sorelle di Caterina ed Eugenio, il maggiore dei figli naturali di Giacomo.

In tutta questa vicenda la figura di Caterina emerge per il suo comportamento fiero; nonostante le sofferenze e gli affronti non chiese mai aiuto a nessuno, forte della sua superiore autorità morale e di regina.

Intanto il capitano generale da mar Pietro Mocenigo non era ancora rientrato a Venezia, ma sostava a Modone con la sua flotta in fase di disarmo. Il Senato gli inviò delle missive nelle quali, forbitamente ma duramente, lo si incaricava di ripristinare l'ordine a Cipro. Ma egli, prima ancora di ricevere tali ordini, probabilmente resosi conto dell'errore commesso, aveva inviato a Cipro due galee in avanscoperta, con l'incarico di far spargere la voce che l'intera flotta veneziana stava arrivando.

Le voci sortirono l'effetto sperato e il panico cominciò a dilagare. Nel frattempo, il 23 di novembre, era giunta una squadra di dieci galee comandate dal provveditore Vettor Soranzo. Gli venne impedito di entrare nel porto di Famagosta tirando le catene di sbarramento, egli allora decise di bloccare a sua volta il porto dalla parte del mare. Ormai si stava per giungere alla resa dei conti.

I catalani cercarono un accordo con Caterina, le restituirono il figlio, la costrinsero a partecipare ad una processione dal palazzo Reale fino alla chiesa del Carmine, dove il popolo che l'amava cominciò ad acclamarla. Ma tutte queste sceneggiate non convinsero Soranzo, che era un uomo di notevole esperienza.

Sapendo che il grosso della flotta veneziana era ancora ben lungi dall'arrivare, giustamente temendo che da qualche parte giungesse un'altra flotta a dar manforte ai catalani, decise di agire. Nella notte del 31 dicembre 1473, mentre in città si festeggiava San Silvestro e le truppe dei congiurati avevano abbassato la guardia, fece sbarcare i suoi settecento uomini. Per prima cosa si impossessò con relativa facilità del palazzo reale e della regina, poi passò ai vari forti e depositi, cosicché all'alba Cipro era praticamente nelle sue mani.

Chi poté fuggì, come Rizzo di Marino e l'arcivescovo Fabricies, che si recarono a Rodi inseguiti dalle navi veneziane, dove furono accolti dall'allibita Carlotta e dai capi dei cavalieri, portando con sé i sessantamila ducati del tesoro della corona. Altri non ebbero il tempo di scappare e furono impiccati in pubblico, altri ebbero salva la vita, come il connestabile Davila, perché saltati per tempo sul carro del vincitore.

Dopo la rapida riconquista di Famagosta il provveditore Soranzo s'installò a palazzo, rese omaggio a Caterina, rimpiazzò i servitori e le guardie con personale veneziano, o comunque fedele alla Repubblica. In seguito sottopose alla regina una serie di decreti punitivi e riorganizzativi. Nel giro di due mesi si ritornò gradualmente alla tranquillità ed alla normale amministrazione.

All'alba del 3 febbraio 1474, sbucarono dall'orizzonte gli alberi e le vele della flotta veneziana, e poi fu tutto uno sventolare di gonfaloni rossi e oro con il leone di San Marco. Il capitano generale da mar Pietro Mocenigo riprendeva praticamente il possesso di Cipro in nome di Venezia, e Caterina Cornaro ritornava sotto la sua tutela.

Era ormai il 1474 e Caterina, all'incirca ventenne, aveva già alle spalle una storia non invidiabile di esperienze dolorose. Si trovava a Famagosta con il piccolo Giacomo III, esile e ancora in fasce, continuamente febbricitante, forse a causa della malaria. La cattiva salute dell'erede era una spina dolente nel suo cuore. Tornata libera, grazie alle armi veneziane, aveva ripreso le sue mansioni di regina: dava udienza ai sudditi, curava i colloqui con i funzionari, presiedeva l'assemblea dei consiglieri di corte, aveva ricominciato a visitare castelli e casali, a riprendere insomma le redini della pubblica amministrazione. Aveva concesso ad amici e parenti, come suo cugino Giorgio Contarini, i feudi e le terre che erano state abbandonate dai catalani traditori. Ma, consapevole che il suo potere gli derivava dalla presenza delle armi veneziane, ogni qualvolta prendeva una decisione importante si premurava di darne avviso al Senato veneto, per ottenere il suo beneplacito.

Nel giugno del 1474 vennero eletti alla carica di Consiglieri a Cipro i nobili Alvise Gabriel, Francesco Minio e Giovanni Soranzo, in sostituzione del fratello Vettor. Venezia voleva così affidare a persone di sua fiducia l'amministrazione del regno, che sentiva sempre più suo. Altro compito era quello di rimetterne in ordine le finanze, sempre più dissestate, anche grazie allo stile di vita dispendioso praticato da Caterina, nata e cresciuta in una ricchissima famiglia, e che ora da regina non voleva certo esser da meno..

La regina avrebbe dovuto avere una funzione di cornice per ogni provvedimento, sottoscrivendo tutti gli atti disposti dagli amministratori veneziani, nessun documento solenne poteva essere privo della sua firma. Si voleva in questo modo aver ogni riguardo verso di lei, ma soprattutto far finta che a Cipro la presenza di Venezia non fosse per niente determinante.

Ma le disgrazie per la sventurata regina non terminarono, il 26 agosto del 1474, due giorni prima di compiere il primo anno di vita, avvenne quello che tanto si temeva: il piccolo Giacomo III moriva, l'esile bambino aveva ceduto agli attacchi di febbre.

Con la morte dell'erede la posizione di Caterina divenne notevolmente più compromessa. La tristezza e poi il malumore serpeggiarono per l'isola: il piccolo Giacomo era tutto sommato l'unica garanzia esistente per l'indipendenza dell'isola, della quale i ciprioti da secoli andavano fieri.

Per qualche mese Caterina rimase ancora a Famagosta, affranta dal lutto. Poi decise di trasferirsi a Nicosia, come aveva già progettato di fare quando Giacomo era ancora in vita ritenendo che l'aria più salubre della capitale potesse aiutarlo a sopravvivere.

In effetti la zona di Famagosta era conosciuta come un luogo insalubre, dove d'estate il caldo e l'umidità erano insopportabili. Qualcuno in latino l'aveva chiamata "fornacem pestilentie", mentre in francese, più gentilmente, la indicavano come "le foyer de la maladie"2. Probabilmente a causa degli stagni e degli acquitrini circostanti era una zona che probabilmente qualche secolo più tardi sarebbe stata definita malarica.

Il 26 aprile del 1475, Caterina lasciava l'amara Famagosta, dove era miseramente spirato il figlioletto Giacomo e dove erano stati trucidati lo zio Andrea e il cugino Bembo, per raggiungere il palazzo reale di Nicosia. Il corteo reale impiegò due giorni e per Caterina fu quasi un trionfo: ella passava fra due ali di popolo, che era accorso in massa per vedere la bella e sfortunata regina. Lungo il percorso i feudatari avevano organizzato in suo onore banchetti e festeggiamenti.

Appena entrata a Nicosia si recò nella cattedrale, dove assistette alla solenne funzione, con il canto del Te Deum. Ma anche qui gli intrighi non mancheranno. Vi fu infatti un tentativo di eliminare messer Marco, da parte di un lavorante del palazzo reale, che aveva avvelenato allo scopo una gallina. Il complotto venne fortunatamente scoperto: ma il mistero del mandante non fu mai chiarito.

Intanto i rapporti tra Caterina, il padre e i consiglieri veneziani trovavano una sistemazione. Il Senato, rammentando per prima cosa che i veri governatori erano i consiglieri e che Marco Corner non poteva esprimere se non un parere, senza diritto di voto, per togliere ogni causa di litigio e per regolare le spese di mantenimento della regina, assegnava a questa una rendita di ottomila ducati annui, a carico del pubblico erario del regno. Caterina avrebbe poi avuto il diritto di andare dove voleva. Così la regina poteva in qualche modo godere dei fasti e dei privilegi del suo stato, lasciando però a Venezia l'effettivo controllo della situazione. Per farla sentire ancora più a suo agio, i consiglieri vennero sfrattati dal palazzo reale, nel quale si erano installati quasi come padroni e guardiani.

Ma una bella, giovane, ricca vedova, provvista di beni e di rendite, che perdipiù aveva in dote anche un regno, non poteva certo essere priva di pretendenti. Tra coloro che aspiravano alla sua mano un posto di rispetto spetta sicuramente al giovane patrizio veneziano Marco Venier.

Secondo alcuni scrittori, nell'adolescenza sarebbe stato innamorato di Caterina, non sappiamo però se corrisposto. Egli si trovava a Candia, quando alla notizia della congiura di Famagosta, nella notte fra il 14 e il 15 novembre 1473, era subito accorso in suo aiuto al comando di un gruppo di cinquanta balestrieri, armati a sue spese. Al termine degli eventi sperava di poter essere ricambiato con la concessione di un feudo, ma invano, così ritornò mestamente a Candia vendendo un suo possedimento per pagare le spese della milizia. L'amore si trasformò presto in desiderio di vendetta, così prese contatti con il partito dei ciprioti malcontenti, con Ferdinando d'Aragona e con l'indomita Carlotta, impegnandosi ad uccidere Caterina contro la cessione del castello di Cerines.

Purtroppo per lui la trama venne scoperta, e dopo un processo nel quale affiorarono i sentimenti d'amore provati un tempo per la sovrana, venne condannato alla pena capitale mediante impiccagione, che avvenne nei giorni di Pasqua del 1479.

Nello stesso anno Marco Corner lasciò Cipro e morirà il 6 di settembre, poco tempo dopo esser ritornato a Venezia. In seguito anche la madre Fiorenza lascerà l'isola e Caterina si troverà da sola.

Intanto le vicende politiche e militari in quello scacchiere si facevano sempre più complicate. Nel periodo dal 1487 al 1489, il biennio che precedette l'annessione, il sultano di Costantinopoli e quello d'Egitto si stavano preparando allo scontro, con il rischio di coinvolgere tutto il Levante. La Repubblica ordinò allora al capitano generale da mar Melchiorre Trevisan di accorrere nell'isola con una squadra di galee e truppe di rinforzo. Contemporaneamente veniva inviato a Costantinopoli l'ambasciatore Antonio Ferro, per saggiare le intenzioni di Baiazet II, e per chiedere condizioni amichevoli per Venezia in caso di conflitto.

Ma ormai i tempi erano maturi e Venezia, forte anche del fatto che nel trattato con il sultano di Costantinopoli, stipulato nel 1482, erano stati inclusi, oltre i presenti possedimenti, anche quelli che in futuro fossero venuti in dominio della Serenissima, decise di agire.

Il 22 febbraio del 1488, il Consiglio dei Dieci indirizzava al capitano generale Francesco Priuli un messaggio nel quale gli si chiedeva di convincere Caterina. sia pure con le buone maniere, a lasciare Cipro, di collocarla personalmente a bordo di una galera e portarla a Venezia. Subito dopo l'arrivo a Venezia, nella prima seduta del Maggior Consiglio si sarebbe nominato per l'isola un duca e un capitano. Al sultano d'Egitto, antico feudatario dell'isola, la sostituzione della bandiera cipriota con quella di San Marco sarebbe stata spiegata con la necessità di proteggere l'isola dal nemico comune: il turco. Ma questa decisione venne temporaneamente sospesa.

Tra la fine di ottobre e i primi del mese di novembre del 1488 si ebbero varie riunioni del Consiglio dei Dieci - dal quale nell'occasione erano stati esclusi gli zii di Caterina Giovanni Contarini e Niccolò Mocenigo -, allargato alla Zonta dei Dieci per dargli ulteriore solennità, e si decidevano ulteriori passi per l'annessione. La novità, questa volta, era nel fatto che a convincere Caterina all'abdicazione non sarebbe stato il capitano generale, ma bensì suo fratello Giorgio, per il quale lei nutriva un profondo affetto, che continuerà per tutta la vita.

Giorgio Corner era quasi suo coetaneo, aveva già dato prova di essere un abile politico, pronto a ricalcare le orme di suo padre Marco, e come Savio agli ordini aveva dimostrato di essere già avviato ad una brillante carriera politica. Egli sarebbe partito il 7 novembre, sopra una galea veloce messa a disposizione dal governo. Così il capitano generale veniva liberato dall'incarico di convincere Caterina, mentre il sultano d'Egitto sarebbe stato informato della vicenda con una lettera autografa scritta da Caterina stessa.

Ormai per Caterina non vi erano alternative, volente o nolente doveva accettare la situazione, d'altronde a chi poteva chiedere aiuto? La flotta veneziana sorvegliava l'isola, e le sue fortezze erano già nelle mani delle guarnigioni della Serenissima. Nessuno stato italiano e nemmeno i due sultani avevano voglia di mettersi contro Venezia. L'unica possibilità era di imitare la sua nemica Carlotta, andando a Rodi, e di porsi sotto la protezione dei cavalieri di San Giovanni, e quindi del Papa. Ma anche questa possibilità era da tempo svanita

All'alba del 24 gennaio 1489, il porto di Famagosta era quasi deserto, essendo a quei tempi durante l'inverno la navigazione ridotta al minimo; gli abitanti videro arrivare la flotta veneziana composta di quaranta galee in assetto di guerra. La comandava Francesco Priuli, il capitano generale da mar che aveva lasciato per l'occasione i suoi alloggiamenti di Modone, da dove controllava tutto lo scacchiere egeo. Su una di queste galere si trovava Giorgio Corner: ormai si era giunti all'epilogo. Si dice che Giorgio dovette mettere in pratica tutta la sua abilità di politico per convincere Caterina a lasciare il trono. Ella resistette, ma poi cominciò a cedere asserendo che la Repubblica poteva per lo meno aspettare la sua morte per entrarne in possesso.

Ma di fronte al realismo politico di Giorgio c'era ben poco da resistere: Cipro era circondata da potenze impazienti di mettervi le mani. Solo le galee della flotta veneta garantivano la sua sopravvivenza e indipendenza: se fossero partite, in breve tempo le armate turche avrebbero invaso l'isola, conducendo poi la stessa regina schiava a Costantinopoli. Inoltre Giorgio fece appello al fatto che lei era sempre veneziana, appartenente ad una famiglia che da secoli quasi si identificava con la vita della Serenissima. Quindi quale maggior offerta si poteva fare alla patria che quella di donarle il proprio regno? In tal modo la storia l'avrebbe sempre glorificata. D'altronde grazie a Venezia aveva potuto regnare ed ora era giunto il momento di ricambiare.

Caterina Cornaro, La Deposizione. Francesco Hayez, 1841

Se Giorgio avesse fallito la missione e fosse tornato a Venezia con un nulla di fatto, quali conseguenze e danni ciò avrebbe provocato nei riguardi della famiglia? Tutto ciò fu fatto presente a Caterina, le cui resistenze cedettero e a malincuore, con le lacrime agli occhi, accettò quello che il fratello le proponeva.

Tra l'arrivo di Giorgio Corner e la cerimonia solenne di abdicazione passò poco più di un mese. La cerimonia si sarebbe svolta a Famagosta, e il 15 febbraio il lungo corteo partito da Nicosia raggiungeva il principale porto dell'isola. Il passaggio della regina era salutato da segni di affetto da parte della popolazione, oltre che dai notabili dell'isola. Lei stessa era commossa di tanto amore. Ma ormai non c'era più niente da fare: bisognava adattarsi alla nuova realtà; d'altronde chi poteva organizzare una forma di resistenza era la classe nobiliare, ma questa era allo sfacelo, dilaniata da odi e invidie.

Caterina arrivò così a Famagosta ed entrò nel palazzo dei Lusignano, dove aveva vissuti i momenti più drammatici della sua vita: la morte del marito Giacomo, la rivolta dei catalani, l'assassinio dello zio Andrea e del cugino Bembo, ed infine il momento più doloroso: la morte del figlio. Solo il clima era diverso; faceva freddo e il terribile ed ammorbante caldo estivo era solo un triste ricordo. Così appena arrivata e sbrigati i convenevoli con le autorità, lasciò il cupo salone gotico per ritirarsi nelle sue stanze.

La cerimonia dell'abdicazione e dell'addio avvenne il 26 di febbraio. Caterina ascoltò la messa nella cappella reale, in presenza del clero e della nobiltà dell'isola. Terminata la funzione religiosa, il vescovo benedisse la bandiera di San Marco che gli era stata porta da un ufficiale, e la regina la rimise nelle mani del capitano generale, il quale dichiarava che la riceveva a nome della Signoria e giurava di difendere l'isola in ogni circostanza e contro qualsiasi nemico.

Intanto, tra il rullio dei tamburi e lo squillare delle trombe, il vessillo di Venezia saliva sul pennone della piazza principale di Famagosta, e la medesima cerimonia avveniva contemporaneamente in tutti i palazzi e gli edifici pubblici dell'isola. Così, dopo duecentonavantasei anni, lo stemma dei Lusignano con il leone e la croce di Gerusalemme, cedeva il posto al leone di San Marco.

Il giorno della partenza il porto e la rada di Famagosta erano straordinariamente affollate di galee, di navi a vela e barche di ogni tipo. Erano passati sedici anni e tre mesi dal suo arrivo. Al momento di salpare da Famagosta il porto era gremito di gente che voleva salutarla e le cronache dicono che molti piangevano. Ma purtroppo anche questo viaggio, come quello di andata, fu tutt'altro che tranquillo. Sembra che la sfortuna continuasse a perseguitare Caterina. La distanza da Famagosta a Venezia è di circa milletrecento miglia marine, e normalmente una simile distanza veniva coperta in poco più di due mesi, comprese le varie soste a Corfù e in Dalmazia per i rifornimenti e il riposo dell'equipaggio e dei passeggeri. Invece a primi di giugno, dopo quasi tre mesi di navigazione, doveva ancora arrivare in vista di Venezia e già in città cominciava a montare la preoccupazione.

In effetti il viaggio stava andando piuttosto male. Il convoglio aveva appena lasciato le acque di Cipro quando venne colto da una terribile burrasca. La galea di Caterina, chiamata la Dalmatina, ebbe una parte dell'alberatura spezzata da un fulmine, le vele e gli apparati decorativi furono parzialmente strappati e rovinati, aveva corso il rischio di affondare. Peggio era andata ad un'altra galera, la Tragurina, che trasportava una parte dei beni della regina, che si sfasciò presso il golfo di Satalia, perdendo gran parte del suo carico.

Finalmente all'alba del 5 giugno 1489 la nave di Caterina veniva avvistata al largo del Lido, e in città si tirò un sospiro di sollievo. All'entrata in laguna, attorniata da molte imbarcazioni che le erano andate incontro, la Dalmatina gettò l'ancora davanti al monastero di San Niccolò del Lido, che funzionava come una specie di anticamera per le partenze e gli arrivi delle persone importanti, e che tanti anni prima l'aveva ospitata nei preparativi per la sua partenza per Cipro. Caterina passò al Lido un solo giorno, infatti già la mattina del 6 giugno il doge e la Signoria salivano a bordo del Bucintoro, la maestosa imbarcazione dogale da parata, che si diresse verso il Lido seguito da innumerevoli imbarcazioni: un imponente corteo a somiglianza di quello del giorno dell'Ascensione, quando si celebrava la festa dello Sposalizio con il mare.

Nel Bucintoro Caterina sedette accanto al Doge, nel posto più prestigioso. Mentre le campane suonavano a stormo e le artiglierie sparavano a salve, il corteo acqueo iniziò a muoversi dirigendosi verso il cuore della città. Ma la sfortuna ancora una volta si rifece viva: infatti appena partiti dal Lido scoppiò un tremendo fortunale, per precauzione si gettarono nuovamente le ancore e si aspettò la fine della burrasca. Cessato il cattivo tempo, che ormai era diventato di prammatica nei viaggi di Caterina, le imbarcazioni mossero alla volta del Molo di San Marco. Essendosi alzata una leggera brezza si issarono le vele, anche se per precauzione l'ultimo tratto venne fatto a remi.

Rientro di Caterina Cornaro a Venezia. Andrea Vasillacchi

Finalmente la regina era giunta a destinazione! Furono disposte delle passerelle, e il tratto di piazza venne ricoperto di tappeti. Si formò così un corteo diretto alla basilica di San Marco. Mentre il corteo attraversava la Piazzetta il fragore era assordante, il pubblico si lasciava prendere dall'entusiasmo dello spettacolo, acclamando ad alta voce Caterina, che di tanto in tanto alzava la mano in segno di saluto. In basilica si fece un solenne pontificale; alla fine la regina ripeté nuovamente la sua volontà di dare in libero dono il suo regno a Venezia. Al termine della cerimonia il doge onorò Giorgio Corner con l'ambitissimo titolo di cavaliere della Stola d'oro.

Dopo la conferma della donazione, Caterina venne portata nel palazzo del duca di Ferrara3, dove erano state imbandite le mense e dove rimase a banchettare per tre giorni a spese dello Stato, dopo i quali finalmente ritornò in famiglia nel Palazzo Corner a San Cassiano. Dopo qualche giorno venne ospitata nella casa di San Polo, dove abitava suo fratello Giorgio. Mentre Caterina perdeva i suoi poteri, Giorgio vedeva aumentare le sue quotazioni politiche, sociali ed economiche. Infatti oltre al titolo prestigioso titolo di Cavaliere della Stola d'Oro, ottenne anche l'investitura di quattordici casali dell'isola, detti della Commenda grande e il titolo di priore di Cipro.

Il 20 giugno 1489, il doge Agostino Barbarigo concedeva alla Cornaro, vita natural durante, il pieno ed assoluto dominio della cittadina di Asolo e del suo territorio, posto nella Marca trevigiana. Poteva inoltre conservare il titolo reale con una rendita annua di ottomila ducati, da trarre dalle rendite del nuovo feudo. Contemporaneamente assumeva il titolo di domina Acoeli, ovvero signora di Asolo.

Avrebbe però dovuto sempre sottostare alle regole della Repubblica, come per esempio non avere rapporti e non dare ospitalità a persone sgradite a Venezia. Il suo dominio su Asolo era, dunque, un fatto soltanto nominale, e infatti la Repubblica continuò a spedirvi i suoi funzionari, esercitando sempre una velata ma accorta sorveglianza su ogni azione di Caterina. Ma Caterina non aveva fretta di raggiungere il suo piccolo feudo, che tutto sommato assomigliava più ad una gabbia dorata, e per ben tre mesi si trattenne a Venezia, dove sicuramente la vita mondana e il lusso erano più evidenti.

Nelle prime ore di domenica 11 ottobre 1489, un corteo di barche lasciava la dimora dei Corner di San Cassiano. Dopo aver percorso la parte finale del Canal Grande, la piccola flottiglia di barche eleganti e riccamente addobbate imboccava il rio di Cannaregio, usciva così dalla città dirigendosi verso Marghera attraversando la laguna. A bordo si trovava Caterina Cornaro, accompagnata da suo fratello Giorgio, dai cugini Niccolò Priuli (destinato a diventare podestà di Asolo) e Filippo Corner (figlio dello sfortunato zio Andrea e che ricoprirà una parte importante nella Cancelleria della regina), da gentiluomini e dame del seguito, alcune delle quali venivano da Cipro, dall'onnipresente nano e giullare Zavir, e infine servitori, facchini e alcuni armati di scorta.

Giunta all'approdo di Marghera l'inconsueta comitiva scese, prese posto nelle eleganti "carrette", ciascuna trainata da quattro cavalli, e si diresse verso Asolo. Alla notizia che la Regina di Cipro veniva a prendere possesso della sua nuova residenza, gli abitanti di Asolo mostrarono subito una grande soddisfazione, il Consiglio cittadino veniva immediatamente convocato, incaricando i due più prestigiosi cittadini di andarle incontro, con l'incarico di porgere il primo omaggio dei suoi nuovi sudditi.

All'incombenza vennero delegati Taddeo Bovolino e Gerolamo Colbertaldo, il primo dottore in legge e il secondo notaio. Prima di arrivare ad Asolo vi fu un'altra sosta, nella quale ricevette l'ossequio del podestà Girolamo Contarini e di altri due insigni asolani: Bartolomeo e Adamo Colbertaldo, mentre lungo la strada era tutto un acclamare di persone venuta per vederla e salutarla. In tal modo fra soste per i vari omaggi, per brevi pause di riposo o per ammirare il paesaggio, il corteo arrivò nella cittadina che ormai era notte fonda. Così l'ultimo tratto, che correva sulle ripide calli acciottolate, venne fatto alla luce delle torce.

Entrato nel borgo il corteo si diresse verso la chiesa principale, dove il preposto Angelo della Motta con i suoi sacerdoti intonò il Te Deum. I cronisti dell'epoca scrivono che ben quattromila persone accompagnavano l'illustre domina al momento del suo ingresso in Asolo. Così, indubbiamente stanca per il lungo viaggio, Caterina era arrivata nella sua nuova residenza.

Secondo alcuni ella avrebbe preso inizialmente alloggio nel severo Palazzo Pretorio, una costruzione medioevale; per altri in una casa situata nel cortile del castello, forse costruita da poco e in fretta per poterla accogliere. Questa era una modesta costruzione, tutt'altro che regale, fatta di mattoni in cotto. Fu probabilmente da questa situazione, fatta di modestia e precarietà, che nacque nella mente della deposta regina l'idea di farsi costruire un residenza adeguata, dove vivere con gli agi che il suo rango richiedeva.

Il palazzo Pretorio, oggi castello di Asolo

Il giorno dopo l'arrivo, nonostante la stanchezza e frastornata dalla rumorosa accoglienza, Caterina dovette partecipare ad un altro ricevimento nel Palazzo Pretorio, dove Taddeo Bovolino declamò un intero poemetto celebrativo a lei dedicato. Per consentirle di riposarsi, le cerimonie e le feste di accoglienza, che prevedevano giostre, danze, tornei e cacce, vennero posticipate di un mese.

Il 9 novembre del 1490 si tenne quello che in una corte rinascimentale era l'avvenimento più prestigioso: la giostra. In suo onore e per la sua bellezza scesero in campo molti gentiluomini, convenuti dai territori della Serenissima e non solo. Dopo le sfilate si passò al confronto, ed alla fine i vincitori risultarono l'asolano Luigi Durello ed un suo cortigiano conosciuto come Il Delfino.

Ma la vita ad Asolo non offriva certo molte distrazioni, così dopo circa tre mesi, ai primi di febbraio del 1490, andava a trovare suo fratello Giorgio, che si trovava nella sua villa di campagna, e vi rimase fino al mese al mese di agosto. Qui assistette alle prediche di Bernardino da Feltre, il santo frate strenuo difensore dei poveri. Probabilmente i suoi discorsi trovarono in Caterina un terreno adatto, essendo lei molto sensibile alle tematiche inerenti alla beneficenza. Bisogna però dire che questa generosità di Caterina si estrinsecava più che altro verso parenti, amici, cortigiani, damigelle ed istituzioni ecclesiastiche. Come quando, nel 1490, donò a suo nipote Piero Zen l'intero borgo asolano di San Gervasio.

L'anno seguente si mostrò più che generosa nei riguardi del capitolo del duomo, donando preziosi paramenti e arredi, facendo costruire un nuovo fonte battesimale. Nel settembre dello stesso anno Luigia, la sua più cara damigella, andò in sposa ad un cavaliere di Montagnana. Nell'occasione Caterina non badò a spese, sia per il sontuoso banchetto nuziale che per i doni ai due sposi: fece organizzare una "giostra dello spirito", una specie di seminario per ragionamenti d'amore allora in uso nelle corti e accademie letterarie, che poi ispireranno il poeta Pietro Bembo nella composizione del suo poema Gli asolani.

Il 1° aprile 1492 Caterina inaugurò una fontana fatta costruire a proprie spese nella valle del Ru, a Crespignaga, una località nei pressi di Asolo. Proprio in questo periodo prese forma concreta l'idea di farsi costruire un palazzo adeguato al suo rango, visto che anche altri nobili, di solito economicamente e socialmente ben più modesti, vivevano in dimore molto più prestigiose della sua casa nel castello di Asolo. Ormai il bel mondo aveva cominciato ad arrivare a Asolo: patrizi, poeti, artisti, parenti, dignitari ed ecclesiastici vi salivano ormai assiduamente, come in un'oasi di riposo e di godimento.

Il luogo ideale venne individuato ad Altivole, nella pianura ai piedi dei colli asolani. Il posto piacque anche a suo fratello Giorgio, e a Pietro Bembo, ormai considerato un brillante letterato, che darà alla sontuosa e imponente dimora il nome di Barco. Va ricordato che, nella campagna veneta, con la parola barco, o barchessa, si indicano delle costruzioni adibite all'uso dei contadini, come granai, stalle e cantine, normalmente edificate a fianco della villa padronale. Un posto quindi che doveva essere un "luogo di delizie", immerso nel verde della campagna trevigiana, dove la cultura rinascimentale, attingendo a pieni mani dalla mitologia greca, ipotizzava un fascinoso mondo di pastorelle, di poeti, di suonatori di flauto, ecc. che trascorrevano piacevolmente il tempo in leggiadre tenzoni amoroso-letterario-spirituali.

Altivole, resti del Barco della Regina

Verso la fine del 1493 la sontuosa dimora era pressoché terminata. Caterina, proseguendo nelle sue opere caritatevoli, fece istituire ad Asolo un Monte di Pietà, a sollievo dei poveri. Ideò anche di andare in pellegrinaggio a Roma, con lo scopo di venerare le sante reliquie: ma il progetto venne ostacolato dalle autorità veneziane, che mal vedevano questo viaggio, anche per non risvegliare vecchie ruggini con il papato.

Così a Caterina come unica possibilità di libertà non rimanevano che i viaggi a Venezia, dove poteva visitare le sorelle sposate e la sua numerosa parentela, riabbracciare la vecchia madre e incontrare suo fratello Giorgio. Mediamente due volte all'anno lasciava le colline trevigiane per andare il laguna.

La regina di Cipro aveva ormai verso i trentasette anni, e le sue forme cominciavano sempre più ad arrotondarsi. Dopo i pasti veniva spesso colta da attacchi di febbre e da un "mal colico". Potrebbero essere stati i sintomi della malaria forse contratta a Famagosta. Così il medico Francesco Tiraboschi, succeduto al tedesco Sigismondo, le consigliò di recarsi ai bagni termali di Abano. Obbedendo ai consigli, vi si recò nel maggio del 1492, fermandosi però alla periferia di Padova, nel villaggio di Tencarola, dove Giorgio possedeva una magnifica villa di campagna.

Rimase in cura poco più di un mese, infatti il 23 di giugno era già tornata ad Asolo. Le cure le avevano fatto bene, così, rinfrancata nel corpo e nello spirito, riprese la sua vita di corte e di divertimenti. L'ospitalità della regina Cornaro era ormai diventata proverbiale. Lo staterello di Asolo, una specie di Monaco o San Marino di quei tempi, sembrava fatto apposta per offrire dei diversivi alla classe dominante, non sempre sazia dei sollazzi che si celebravano nelle corti dei centri maggiori.

Avendo delegato le incombenze amministrative del suo piccolo governo ai vari siniscalchi, ecco che Caterina presenzia a giostre, caccie, tornei, "gare amorose", danze. Da ricordare anche che certe feste duravano fino a quindici giorni. Le faceva visita anche molta nobiltà italiana, come Teodora d'Aragona e la duchessa di Mantova, riceveva poi delegazioni diplomatiche provenienti da Cipro, o altri ospiti illustri che, giunti a Venezia, salivano fino ad Asolo ad ossequiarla. Arrivò anche Guidobaldo ed Elisabetta d'Urbino, Eleonora d'Aragona, moglie del duca Ercole di Ferrara e figlia di Ferdinando re di Napoli, poi Isabella d'Este e Beatrice Sforza, e artisti famosi, da Bellini a Cima da Conegliano, da Palladio a Scamozzi, da Sansovino all'adolescente Giorgione, praticamente tutto il mondo artistico-letterario che viveva in laguna non poteva non fare una puntata fino ad Asolo.

Caterina Cornaro, Gentile Bellini, Budapest Museum

Quando poi scendeva a Venezia, figurava sempre come prima fra tutte le gentildonne della Serenissima, nel posto d'onore che le spettava accanto al doge. Un altro ospite assiduo del Barco era Pandolfo Malatesta, che dopo aver ceduto Rimini alla Repubblica di Venezia, aveva avuto in cambio il feudo di Cittadella, posto a non molta distanza da Asolo. Si dice che Malatesta fosse un suo assiduo corteggiatore, e che anche la regina non disdegnasse la sua compagnia, anzi, se non fosse già stata moglie di un re e non vivesse una situazione così particolare, l'avrebbe di certo sposato.

Nell'agosto del 1497, Caterina andò a Brescia a visitare il fratello Giorgio, che lì vi risiedeva con l'incarico di podestà. Questo viaggio, l'incontro con il fratello e i successivi festeggiamenti si trasformarono infatti in uno degli avvenimenti più grandiosi e spettacolari di tutto il Quattrocento.

Negli ultimi giorni di agosto, Giorgio si mosse da Brescia, dove tra l'altro alloggiava in una splendida residenza, e seguito da un corteo di nobili si mosse verso il lago di Garda, andando incontro alla sorella. I due cortei s'incrociarono sulle colline di Desenzano, da dove percorsero assieme la strada per Brescia. In ogni villaggio o cittadina che incontravano, erano festosamente accolti dalle locali autorità. Così a Lonato trovarono la podestaressa con molte donne; a Ponte San Marco quaranta giovani cittadini a cavallo vestiti di giubbotti di raso rosso e mantelli di raso violetto; a Rezzato il podestà Francesco Mocenigo con tre squadre di cavalieri armati; a Sant'Eufemia la moglie del capitano con più di sessanta donne a cavallo. Ogni villaggio, anche il più piccolo, dava il suo contributo di accoglienze, cosicché il corteo andava via via ingrossando come un fiume in piena.

La regina era partita da Asolo alcuni giorni prima, accompagnata dalle fedeli damigelle in costume cipriota e da alcune gentildonne veneziane. C'erano il patrizio Girolamo Lion, i cognati Paolo Cappello e Marco Diedo, i cugini Nicolò Priuli e Pietro Zen, il nipote Andrea Diedo, e poi molte altre persone, tante da riempire ben dodici "carrette". Già poco dopo la partenza iniziarono i convenevoli, i ricevimenti e i saluti.

A Bassano si presentò il podestà Pietro Lando; a Vicenza Pietro Cappello con il capitano Giovanni Bernardo, sempre fra un acclamar di popolo. A Vicenza sostò la notte nel palazzo di Giovanni da Porto; a Verona negli ampi saloni del vescovado. Giunse così a Brescia il 4 settembre, dove venne accolta sotto un baldacchino ricoperto di damasco bianco, portato da otto dottori. Salì su un carro trionfale che percorse il tratto di strada fino al palazzo Martinengo sopra uno strato di ricchi tappeti. Il palazzo apparteneva al Lodovico Martinengo, capitano generale della Repubblica, che l'avrebbe ospitata durante il suo soggiorno in città.

I bresciani avevano stanziano ben diecimila ducati per i festeggiamenti, sicché ci fu anche chi si scandalizzò, ritenendo eccessivo il tutto: sembrava che fosse arrivato il doge in persona oppure l'imperatore.

Il 10 settembre ebbe luogo la giostra, alla quale intervennero molti patrizi veneti, ognuno con il berretto fregiato di un gioiello. Vi partecipò il fior fiore dei cavalieri, come il bresciano Tullio Averoldi, che poi risultò vincitore; da Milano arrivò Galeazzo Sanseverino, con altri gentiluomini lombardi; poi il conte di Pitigliano, con al seguito ottanta cavalieri; alcuni cronisti dissero che neppure a Roma si sarebbe potuto fare qualcosa di simile.

Tutta questa esibizione profana si scontrò però con il vescovo, che non volle intervenire ai festeggiamenti. Dopo trattative venne deciso che vi partecipasse il vescovo ausiliare. Così anche l'aspetto religioso, seppur in forma ridotta, venne salvato. Si fece una grande processione, con i solenni paramenti sacri della cattedrale. D'altronde si sapeva che Caterina aveva una forte inclinazione per le pratiche di devozione e per i doveri di credente. Baciò in ginocchio la croce che il vescovo gli aveva porto. Ora la processione si dirigeva verso il centro della città, al sagrato della chiesa di Santa Maria dei Miracoli. Caterina stava a cavallo, sempre protetta dal baldacchino di damasco bianco, ma stavolta portato da otto canonici.

Giunta davanti alla chiesa si fermò e discese da cavallo, entrò nella solenne navata e s'inginocchiò davanti all'altare, si raccolse in preghiera e poi venne benedetta con l'acqua santa. Accanto a lei si trovavano i maggiori esponenti della nobiltà bresciana, le massime autorità cittadine, gentildonne veneziane e le damigelle delle sua corte, mancava solamente la moglie di suo fratello Giorgio, che proprio quella settimana aveva dato alla luce un bambino.

Ma i festeggiamenti non erano ancora terminati, così dopo le cerimonie civili e religiose dovette ascoltare il solito poema a base mitologica a lei dedicato: momento importante nella cultura dell'epoca. Finalmente poté riposare nelle quiete stanze di palazzo Martinengo, e per ventiquattro ore di seguito non si fece più vedere. Per quel giorno i festeggiamenti continuarono anche senza la presenza sua e di quella delle gentildonne al suo seguito. Ma il giorno successivo dovette partecipare ad un gran pranzo seguito gran ballo, che si protrasse fino a notte fonda al lume delle torce. Poi venne un giovedì di pausa, dedicato al digiuno e alla preghiera: era la vigilia della Natività di Maria e Caterina, da cattolica osservante, toccò solo pane e acqua.

Il giorno successivo, dalle finestre del palazzo, assistette alla sfilata organizzata da Galeazzo Sanseverino con i suoi duecento armati a cavallo. Poi un sabato di riposo: si doveva essere in forma per la domenica, quando ci sarebbe stata la tanto famosa e attesa giostra che sarebbe passata alla storia. A Brescia erano convenuti i più celebri cavalieri specialisti di questi tornei, che si sarebbero sfidati in presenza ed in onore della regina Caterina Cornaro. Il fior fiore della nobiltà italiana si era dato appuntamento nella città lombarda, sia come cavalieri partecipanti che come spettatori.

Passata questa settimana di intensi festeggiamenti, finalmente cominciò a riposarsi. Restò ancora tre mesi a Brescia, e solo con l'avvicinarsi della brutta stagione decise di far ritorno a casa. Qui riprese i suoi consuetudinari viaggi fra Asolo e Venezia.

Nell'autunno dovette però drammaticamente fuggire da Asolo e ripararsi a Venezia: i turchi erano arrivati in Friuli, e correva voce che stessero per giungere a Conegliano, quindi già in territorio veneto. Del resto alla tranquilla vita nel borgo sulle colline, preferiva sempre di più quella di Venezia, dove c'era sempre qualche novità.

Nel 1505 una grave carestia aveva investito un po’ tutta la penisola. I raccolti erano stati falcidiati, e la fame cominciava a dilagare, in special modo fra le classi più indigenti. Ecco allora Caterina usare l'ascendente che ancora aveva sui suoi vecchi sudditi, affinché i mercanti ciprioti dirottassero dei carichi di grano su Asolo.

Da questi comportamenti possiamo capire come in Caterina coesistessero sia una coscienza religiosa ed etica sia un desiderio di vivere e di divertirsi. Cosa, questa, tipica della cultura rinascimentale, che accanto alla nuova dimensione umanistica conservava ancora forti tratti della religiosità medioevale. Inoltre con l'età lei si sentiva sempre più staccata dai suoi beni, e allora la sua generosità, soprattutto verso parenti e conoscenti, divenne ancora più evidente.

Comunque era sempre il suo adorato fratello Giorgio ad essere al centro dei suoi pensieri. Già nel 1490 aveva redatto un testamento nel quale lo aveva nominato erede del Barco e di tutti i beni connessi, e di quelli che sarebbe entrata in possesso. Tali desideri vennero confermati e maggiormente definiti nel testamento redatto il 1° maggio 1508, nel quale Caterina, dopo aver lasciato tutti i suoi averi a Giorgio, gli raccomandava di farne beneficiare anche altri parenti e servi, a sua discrezione. Forse Caterina sentiva la morte come imminente, probabilmente i suoi dolori erano aumentati, soprattutto il "mal colico".

Ma ancora una volta il palazzo di San Cassiano si aprì per delle nozze: era il 10 febbraio del 1509, quando si sposarono una sua nipote con un conte Brandolin di Valmarino, e dove con l'occasione gli zii Giorgio e Caterina ostentarono grande munificenza elargendo doni, ducati e festeggiamenti.

Sotto questo aspetto i due fratelli si assomigliavano molto: erano stati i grandi signori e protagonisti delle feste private. In questo settore il palazzo di San Polo non era da meno di quello di San Cassiano o del Barco di Altivole. Ma ormai per Caterina, tranne che per qualche rara occasione, il mondo dei festeggiamenti e del godimento era pressoché finito. Le pratiche religiose cominciavano sempre più ad assorbirla. I libri sulla vita dei santi l'attiravano più che la mondanità. Così, tanto a San Cassiano che ad Asolo la vita di corte era diventata quasi una vita da convento. Negli ultimi anni della sua vita era diventata un modello di virtù e di vita integerrima, questo in contrasto con altre primedonne della nobiltà veneziana che vivevano nel proscenio del loro tempo.

L'ultimo anno vissuto come signora di Asolo, Caterina lo passò con il cuore in gola e con la carrozza reale sempre pronta a partire, e a coprire la distanza fra Asolo e Marghera. Quando, il 7 giugno del 1509, le bandiere imperiali di Massimiliano vennero issate sulle torri merlate del suo castello, lei già prudentemente si trovava a Venezia. Qui occupazioni e passatempi non mancavano di certo; così tra cerimonie religiose e civili, opere di devozione, visite a parenti passò diversi mesi. Ma non aveva dimenticato i suoi sudditi: inviava lettere di conforto ai maggiorenti che vi erano rimasti e grazie alle sue amicizie cercava di rendere l'occupazione meno gravosa possibile. Il 21 luglio i contadini di Asolo si sollevarono contro gli occupanti, e nell'occasione andarono bruciati tutti i documenti dell'archivio.

Finalmente in ottobre i tedeschi si ritirarono, ed allora anche nella piccola e tranquilla cittadina veneta si scatenarono le vendette intestine, con esecuzioni sommarie di chi aveva collaborato con lo straniero occupante. Verso la fine dello stesso mese Caterina fece la sua ricomparsa ad Asolo, sia per riassumere le sue funzioni sovrane, sia per nominare il nuovo podestà nella persona di Antonio Venier. Ma poco dopo dovette ritornare a Venezia: le truppe di Massimilano d'Asburgo stavano per ritornare.

Nel novembre successivo, una delegazione di quattro ambasciatori nominati dal podestà Venier, si recava nel palazzo di San Cassiano. Al di là dell'ufficialità, questa visita aveva come uno scopo di chiedere alla regina indicazioni sul comportamento da tenere nei confronti dell'imperatore occupante. Qui lo spirito pratico di Caterina, che anche in questo si dimostrava vera figlia della Serenissima, venne nuovamente a galla, sciogliendo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, questi avrebbero potuto prestare nuovo giuramento a Massimiliano.

L'inverno seguente fu a Venezia. Agli inizi della primavera le truppe tedesche si erano nuovamente ritirate, così nell'aprile del 1510, con un corteo di carri riccamente addobbati, poté tornare nel suo feudo. L'accoglienza fu trionfale, sembrava che la pace fosse finalmente ritornata, che una nuova stagione di tranquillità, letizia e godimento potesse riaprirsi. Antonio Colbertaldo, il vate locale, l'accolse con il solito poemetto encomiastico, dove la non più giovane regina veniva poeticamente paragonata ad una graziosa pastorella, grazie alla quale i sudditi, ovvero le pecorelle, avrebbero finalmente potuto pascolare in pace.

Ma purtroppo le cose andarono ben diversamente. Ai primi di maggio alcuni mulattieri la informarono di aver visto della soldataglia straniera aggirarsi nelle vicinanze ed attorno al Barco. Le notizie erano confuse, altre dicevano invece che le truppe si stavano spostando a nord. Per sicurezza, e non avendo nessuno di autorevole con cui consigliarsi, decise di riprendere la strada per Venezia.

Per la deposta regina di Cipro questa situazione di andirvieni fra Venezia ed Asolo, non poteva che far rimpiangere la sua lontana isola, dove aveva lasciato un popolo che l'amava, e forse anche sentiva nostalgia per la sua giovinezza che lì aveva trascorso. Non si sa come siano andate effettivamente le cose, quali siano stati veramente i complotti e gli intrallazzi; ma sembra che già da qualche mese Caterina avesse ripreso i contatti con alcuni dei suoi sudditi che gli erano rimastigli fedeli. Avrebbe poi spedito nell'isola un certo Antonio Rosso per sondare la possibilità di una rivolta in chiave antiveneziana, grazie alla quale lei avrebbe potuto tornare a Cipro come regina.

Ma i servizi segreti della Serenissima anche questa volta dimostrarono la loro efficienza. Da sempre il Consiglio dei Dieci controllava ogni suo contatto con elementi che potevano essere sospetti, cosicché il Rosso venne intercettato e fatto prigioniero, e il progetto abortì fin dall'inizio. Il 3 aprile del 1510 il Consiglio dei Dieci incaricava alcuni suoi componenti di recarsi da Caterina, informarla che le massime autorità veneziane erano venute a conoscenza della vicenda e che per il suo bene si mettesse tutto a tacere, dimostrando così fedeltà alla Repubblica. Infine si doveva informare di tutto l'accaduto suo fratello Giorgio. Ma la notizia non rimase segreta, anzi fece ben presto il giro della città, finendo anche nella penna del diarista Marin Sanudo, che la cita in data 10 aprile 1510.

L'estate di quell'anno fu particolarmente calda, si respirava a fatica; l'aria, con il tasso di umidità che chi vi abita ben conosce, era pesante. I dolori colici di Caterina si acuirono e la consueta febbriciattola la costrinse a mettersi al letto: era il 7 di luglio. Salassi e tisane, i consueti rimedi che la scienza medica dell'epoca conosceva, consigliati da eminenti dottori, non ebbero effetto alcuno. Gli attacchi dolorosi e la febbre aumentarono la frequenza: ormai l'accompagnavano giorno e notte.

Nella notte tra il 9 e il 10 dello stesso mese i dolori si fecero insopportabili e il cuore della regina si Cipro si arrestò. La notizia della sua morte venne portata in Palazzo Ducale la mattina seguente. Ambasciatori furono Battista Morosini e Alvise Malipiero, cognati della defunta, e l'avogador di Comun Nicolò Dolfin; nonostante il caldo opprimente tutti e tre portavano il mantello da lutto. Il settantaduenne doge Leonardo Loredan era in quel momento assente dal Collegio, così pure il primo consigliere Alvise Priuli. Allora si dovette attendere un po’ l'autorizzazione del doge per poter suonare le campane di San Marco con il segno dovuto all'evento: sei volte "doppio".

Nel pomeriggio dello stesso giorno arrivò anche l'amato fratello Giorgio, che si presentò alla Signoria accompagnato dai due cognati Morosini e Malipiero: informò che i solenni funerali avrebbero avuto luogo il giorno 16, invitando le supreme cariche della Repubblica a parteciparvi.

Le esequie si svolsero invece il 13, forse il caldo di quei giorni ne consigliava l'anticipo. Nella notte dell'11 la salma, rivestita con il saio di terziaria francescana, ordine al quale la devota regina apparteneva, venne portata nella chiesa parrocchiale di San Cassiano, dove rimase per ventiquattrore. Il mesto e, tutto sommato, modesto corteo, che si mosse dal palazzo sul Canal Grande alla chiesa, venne accolto dalle furie degli elementi, come ormai puntualmente succedeva quando Caterina si spostava, anche da morta. Una pioggia torrenziale e un vento fortissimo si riversarono infatti sulla città.

Dopo alcune cerimonie religiose, il giorno seguente arrivarono nella chiesa le massime autorità cittadine; c'erano i membri della Signoria, il patriarca di Venezia, l'arcivescovo di Spalato, il vescovo di Feltre, gli abati Diedo e Mocenigo, poi Giorgio Corner, altri familiari, cognati, parenti e la cerchia patrizia degli amici; solo il doge mancava, e il suo posto venne preso dal primo consigliere Alvise Priuli. Si disse che era troppo caldo, e il vecchio doge Loredan non se la sentiva di vestirsi come il suo rango richiedeva. Ma, oltre al caldo, in quel periodo c'erano problemi ben più importanti a cui badare: si era nel pieno delle vicende della guerra contro la Lega di Cambrai. Le vicende della regina di Cipro appartenevano ormai al passato, con lei si era definitivamente chiusa un'epoca, e con la sua morte la Repubblica si era anche tolta una spina dal fianco.

Tra Santa Sofia e il mercato di Rialto si fece un ponte di barche, per facilitare il passaggio del corteo fra le due sponde del Canal Grande, perché la cerimonia religiosa solenne si sarebbe svolta nella chiesa dei Santi Apostoli, dove la famiglia Corner vi aveva l'arca funeraria di famiglia.

La bara con il corpo di Caterina venne ricoperta da una stoffa d'oro, per simboleggiare la sua regalità. Il corteo che si era mosso da San Cassiano, contrariamente alle previsioni, si faceva via via più numeroso. C'erano molti frati, suore, confraternite religiose di ogni rango, di orfani, zitelle, le Scuole cittadine con i propri associati; tutti recavano fiori e torce.

Nella chiesa dei Santi Apostoli la bara venne posta sopra un alto catafalco, i maggiori rappresentati del governo vi presero posizione attorno, per assistere alle cerimonie religiose e per ascoltare le lodi della defunta regina Cornaro, declamate dal letterato Andrea Navagero. Alla fine la bara venne inumata nelle arche dei Cornaro, vicino al padre Marco Corner e alla madre Fiorenza Crispo.

Nel frattempo dal campanile di San Marco - le cui campane scandivano non solo la vita religiosa ma anche quella politica e civile della città - si udivano i solenni rintocchi che annunciavano la morte di Caterina Cornaro. E' stata questa l'unica volta, nella lunga storia di Venezia, che le campane avevano suonato con i rintocchi simili a quelli che annunciavano la morte del doge4.

Ma neppure il corpo di Caterina venne lasciato riposare in pace. Verso la fine del Cinquecento, a seguito di lavori di restauro e di rifabbrica alla chiesa, i responsabili decisero di trasferire i suoi resti nella chiesa di San Salvador, vicino a Rialto, nel cuore della città. Quest'ultima chiesa era ancora in costruzione, quando i canonici che la reggevano avevano ceduto lo spazio e il diritto di costruzione dei monumenti funebri che la famiglia Corner intendeva dedicare a Caterina e al primo cardinale della casata, Marco.

Verso la fine del secolo toccò all'architetto Bernardino Contino a dar vita ai due monumenti funebri gemelli, posti sulle facciate interne del transetto. Quello di Caterina si trova sul braccio destro, dove in un bassorilievo vi è rappresentata la regina Caterina mentre fa donazione al doge Agostino Barbarigo dell'isola di Cipro5.I suoi resti vennero collocati sotto una semplice lastra tombale posta su pavimento, dove troviamo la scritta d.o.m. / Chatharina Corneliae / Cypri Hierosolymorum / Ac Armeniae Reginae / Cineres.

Caterina Consegna la corona di Cipro al Doge, Bassorilievo funerario

Nella chiesa dei Santi Apostoli, dopo le rifabbriche tardo cinquecentesche e quelle successive, la cappella Corner è l'unica parte rimasta della costruzione quattrocentesca. Sulle pareti laterali si fronteggiano due monumenti funebri attribuiti a Giulio Lombardo, nelle sottostanti urne sono conservati i resti di Marco Corner, padre di Caterina, in quella di destra; i resti del fratello Giorgio in quella di sinistra. Sull'altare della cappella spicca una delle opere più ricche di spiritualità eseguite da Giambattista Tiepolo: La Comunione di Santa Lucia6.

NOTE:

1- Per quanto riguarda la vita di Caterina Cornaro cfr. G. Campolieti, Caterina Cornaro, Regina di Cipro, signora di Asolo, Milano 1987.

2- N . Jorga, Philippe de Mézières, London 1973, p. 129.

3- Era il palazzo normalmente usato dalla Repubblica per ospitare le personalità più importanti giunte a Venezia. In seguito diventerà il Fondaco dei Turchi, oggi è sede del Museo di Storia naturale.

4- G.Gattinoni, Il Campanile di San Marco. Monografia Storica, Venezia 1910, p. 271. "Si suonò per la morte del Doge, ma eccezionalmente, per la famosa Regina di Cipro, Caterina Cornaro, mancata nella notte dal 10 all'11 luglio 1510 ed allora: per ordine pubblico furono sonate le campane 7 in 9 volte a San Marco e per tutta la città… Eccezionalmente abbiamo detto perché mai, per nessun altro principe suonavasi in questa torre, all'infuori del Pontefice non come Sovrano Temporale, ma come capo supremo della Religione."

5- B. Bertoli - G. Romanelli, Chiesa di San Salvador, arte e devozione, Venezia 1997, pp. 13-15.

6- G. Lorenzetti, Venezia e il suo estuario, Trieste 1981, pp. 389-420.